Istituto Comprensivo Statale ASOLO

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  SPAZIO RAGAZZI

   

Concorso "Resistenza e Liberazione" 2004

 

SEZIONE SCUOLA ELEMENTARE

 

classifica numero elaborato nome alunno classe di appartenenza
E 14 De Bortoli Andrea 5° Castelcucco
E 15 Furlanetto Beatrice 5° Castelcucco
E 18 Colombana Irene 5° Castelcucco
segnalato E 16 Bertotto Maria Isabel 5° Castelcucco
segnalato E 19 De Paoli Silvia 5° Monfumo

 

 

SEZIONE SCUOLA MEDIA

 

classifica numero elaborato nome alunno classe di appartenenza
M 13 Zuccolotto Giulia 3°C Asolo
M 20

Feltracco Laura

Feltracco Luisa

3°E Castelcucco

3°F Castelcucco

M 12

Fantinato Alice

Fantinato Giulia

3°C Asolo

3°C Asolo

3° ex-equo

M 14 Piva Jennifer

3°C Asolo

segnalato M 7 Salvador Gianluca

3°A Asolo

segnalato M 2

Sibillin Serena

Falcone Marina

3°A Asolo

segnalato M 23 Alunni della

3°F Castelcucco

 

 

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ELABORATI

 

I drammatici giorni della Liberazione

Intervista alla nonna materna

di Jennifer Piva

 

Mia nonna si chiama Carniello Bianca, ha 69 anni e vive a Caerano S. Marco.

Si ricorda ancora i momenti più drammatici della sua vita quando la seconda guerra mondiale stava finendo e li racconta con chiarezza, sfogliando libri e foto che le fanno ricordare con limpidezza i fatti che ha vissuto quando era ancora una bambina di 10 anni e viveva una vita serena andando a scuola, finché il 30 d’Aprile successero fatti che non dimenticherà molto facilmente.

Quel giorno ci fu la ritirata dei tedeschi e verso le 9.00 di una mattina come tante che era a casa con i suoi tre fratelli più piccoli e suo papà cieco dalla prima guerra mondiale dovette fronteggiare una situazione drammatica.

La nonna allora abitava con i suoi genitori in Via Cristo, sua mamma era andata a fare il pane in una famiglia non lontana da casa, e mia nonna Bianca si ritrovò in casa, di fronte a lei, un tedesco con un fucile che scappava di casa in casa perché lì vicino un partigiano aveva sparato e aveva ferito il compagno di quel tedesco. Questi pensava che lo sparo venisse dalla casa della nonna e che ci fossero dei partigiani nascosti dentro, ma entrato, avendo visto solo bambini con un uomo cieco, proseguì nella fuga.

Dopo poco arrivarono molti altri tedeschi (era infatti il giorno della ritirata) che cominciarono a mitragliare la casa della nonna; suo papà non sapeva cosa fare perché, oltre alla paura, era cieco, così trovò un misero riparo sotto il suo pianoforte per la nonna e i suoi tre fratelli finché i tedeschi non fossero passati oltre.

Ancora più tardi, vennero altri tedeschi per perquisire la casa, controllarono se ci fossero partigiani, cioè civili armati italiani del paese; la nonna disse che non c’erano in casa loro, ma i tedeschi non le diedero retta perché lì c’era un uomo, il suo papà, e allora li misero tutti contro il muro, poi uno di loro ha levato molto bruscamente gli occhiali dal viso di suo papà e tutti hanno visto che era veramente cieco e quindi se ne andarono.

Poco dopo che i tedeschi se ne erano andati, la nonna e gli altri in casa sentirono degli spari anche se non sapevano cosa stava succedendo fuori.

Intanto la mamma della nonna Bianca ritornava a casa dal lavoro e, raggiungendo il cancello di casa,aveva trovato la maestra e lo zio della nonna.

La maestra li prese per un braccio, li portò in casa e raccontò loro che c’erano i tedeschi in giro che sparavano all’impazzata e che bisognava stare attenti.

Poi i tedeschi rientrarono in casa, presero in ostaggio la maestra della nonna e la portarono in mezzo alla strada, dicendo che, se i partigiani sparavano ancora un solo colpo, loro li fucilavano tutti e otto.

Per fortuna poco dopo i tedeschi se ne andarono, perché avevano paura di essere attaccati dai partigiani; così la mamma e il papà della nonna portarono lei e i suoi fratelli in una casa di campagna dei loro parenti.

Attraversando i campi, trovarono una loro zia che si era rifugiata anche lei con i suoi bambini lì e aveva lasciato nella sua casa i genitori.

Ad un certo punto arrivò di corsa una donna e riferì alla zia della nonna che suo fratello era stato ucciso;disperata chiedeva alla mamma della nonna se poteva accompagnarla a casa dei suoi genitori.

 Quando furono arrivate lì, trovarono cinque cadaveri distesi in fila per terra,un altro giaceva sulla scala. La nonna venne a sapere in seguito che erano la mamma, il papà, il fratello e il vicino di casa che era andato lì per macinarsi il grano, perché in quella casa avevano il mulino;l’ultimo cadavere,era quello dell’altro fratello ancora aggrappato alla scala.

I tedeschi avevano sparato loro, perché avevano trovato dentro al mulino dei sacchi di farina contenenti delle armi e quindi pensavano che fossero stati gli abitanti di quella casa a ferire il tedesco.Erano arrivati a quella conclusione anche perché il tedesco fuggito aveva riferito che lo sparo era avvenuto dove le case erano vicino alla strada formando una strettoia, ma non era lì che avevano sparato, il luogo dello sparo era più avanti, vicino alla casa della nonna e quindi avevano sbagliato casa.

I tedeschi avevano dato l’ordine di restare tutti in casa, la situazione era disperata e per le strade c' erano un caos tremendo e una tensione indescrivibile.

 Dopo che i tedeschi si furono ritirati, (dopo circa un’ora) vennero a sapere che avevano sparato a una bambina che era l’amica della nonna con la quale andava alle elementari:si chiamava Renata Garbuio e la mamma della nonna era andata a fare il pane proprio a casa sua e poi dalla casa della Renata era tornata a controllare la nonna, i suoi fratelli e il papà della nonna. Renata era stata uccisa perché aveva sentito sparare e si era affacciata alla finestra, allora i tedeschi l’avevano vista e uccisa.

Tutti avevano paura e non sapevano se potevano dormire a casa,temendo di essere uccisi.

La notte dopo la mamma della nonna portò lei e i suoi fratelli in un’altra famiglia e dormirono in una stalla in 40 persone con i bambini.

Il giorno successivo ritornarono a casa perché la mamma della nonna non voleva più restare lì anche se era in compagnia e, proprio in quella notte, gli ultimi tedeschi che giravano per il paese perché non sapevano più dove andare e cosa fare, finirono tutti nella stalla dove la nonna e la sua famiglia avevano passato la notte precedente. Lì i tedeschi tennero in ostaggio i padroni della stalla e chiedevano da mangiare, da vestire oltre all’alloggio.

Alcune mattine dopo, arrivò un grande camion di partigiani,i tedeschi si arresero e quindi li legarono e portarono in piazza.

La sera dopo arrivarono gli americani e furono lodati.

La nonna per Liberazione intende quando arrivarono gli Americani,essi offrivano cioccolata e la gente del paese lanciava mazzi di fiori;solo in quel momento la nonna si sentì veramente libera dal dominio tedesco.

La Resistenza era cercare di resistere alle violenze dei tedeschi e di sopravvivere fino a quando se ne fossero andati.

 

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Una gioventù rovinata dalla guerra

di Alice e Giulia Fantinato

 

Nostro nonno materno si chiama Ivo Baggio e ha 76 anni, è nato il 27 Giugno 1927 a Castelfranco.

Lo abbiamo intervistato un pomeriggio di Marzo nella sua casetta dove abita con la nostra nonna e con lo zio.

Egli, come molti altri visse, la 2°guerra mondiale, anche se non sotto la veste di soldato.

Il nonno, che allora abitava a Castelfranco con i suoi genitori e i suoi fratelli,lavorava in una fabbrica, la Fervet, dove venivano fatte carrozze ferroviarie che erano utili per la guerra, il suo compito era quello di revisionare i motori per i locomotori.

Il fatto di lavorare alla Fervet gli consentiva di possedere un lasciapassare, un documento che gli permetteva di entrare in fabbrica e che, in caso di rappresaglia, poteva salvargli la vita.

Anche se non era al fronte, le condizioni in cui viveva con la famiglia non erano proprio molto piacevoli, perché le città erano continuamente bombardate e anche la sua,Castelfranco Veneto.

Non poteva comprare il cibo come noi facciamo ora, ma questo veniva razionato dal partito fascista per tutte le famiglie, attraverso una tessera, la tessera alimentare che comprendeva un certo numero di punti che variavano dai componenti delle famiglie. Questi punti dovevano bastare per un bel po’ di tempo, normalmente un mese, almeno nella famiglia del nonno e a Castelfranco Veneto.

Durante la guerra, su Castelfranco girava continuamente un aereo americano, soprannominato PIPPO.

Questo aereo sorvolava la città soprattutto a partire dalle 21.00-21.30 girando tutta la notte ed era molto temuto dal nonno e da tutti i castellani: era munito di bombe.

Quando intercettava delle luci accese, sganciava bombe,quindi bisognava fare molta attenzione in casa, oscurando tutte le finestre.

L’inverno del 43’-44’ fu molto rigido, il paesaggio si presentava completamente coperto di neve e i campi erano delle vere e proprie lastre di ghiaccio.

Per questa ragione, quando Pippo bombardava, il nonno si prendeva i pattini e usciva; cosa molto strana, ma intelligente, perché così facendo, poteva svignarsela al più presto, pattinando per i campi ghiacciati che circondavano la sua casa.

Si formarono successivamente i gruppi partigiani a cui il nonno aderì, anche se non poteva andare in montagna per la sua giovane età.

In ogni caso con un gruppo partigiano con cui era venuto in contatto organizzava sabotaggi e cercava di indebolire i nazifascisti presenti nella zona.

Il nonno ci ha inoltre raccontato che anche le donne si rendevano utili nei movimenti partigiani come staffette.

Una di queste donne molto coraggiose  era Tina Anselmi, staffetta che alla fine della guerra ebbe un’importante carriera nel settore politico.

Anche a Castelfranco i movimenti partigiani si ribellarono ai nazifascisti che però organizzarono rappresaglie, durante le quali molte persone venivano picchiate e i ribelli catturati venivano torturati.

C’erano delle persone anziane che, quando bevevano un po’ troppo e uscivano dalle locande ubriache, insultavano i fascisti esprimendo così inconsapevolmente il loro pensiero.

Il giorno dopo però, coloro che avevano espresso così vivacemente il loro pensiero venivano fermati dai fascisti e veniva  fatto loro bere l’olio di ricino o l’olio per i trattori oppure venivano manganellati.

Questo è successo allo zio del nonno che aveva il vizio di bere.

I nazifascisti, oltre a compiere questi atti di violenza, spedivano le persone rivoluzionarie e quelle che si opponevano al loro volere nei campi di concentramento in Germania.

Per quanto il nonno cercasse di informarsi e di capire cosa realmente accadeva in questi campi, allora, era ancora difficile avere complete e chiare spiegazioni.

Aveva però capito e intuito che quelli che venivano deportati lì, spesso, anzi troppo spesso, facevano una brutta fine.

Conobbe successivamente la verità attraverso Radio Londra, l’unico programma radiofonico che dava oltre a informazioni su come proseguiva la guerra nel resto del mondo, anche notizie sui campi di concentramento in cui le persone venivano uccise nelle camere a gas e la cenere dei corpi bruciati veniva utilizzata come polvere da sparo.

“UNA COSA ORRIBILE - ha esclamato il nonno - utilizzare una persona, un corpo sacro per scopi militari! Solo uomini senza cuore potevano compiere questo”.

 E proprio per quest’ultima informazione era stato vietato dai tedeschi l’ascolto di Radio Londra.

I nazifascisti, quando dovevano ricercare le persone che si opponevano all’occupazione tedesca e quelli che erano considerati dei ribelli, entravano in casa anche in piena notte e rovesciavano mobili e letti, rovinando e rompendo tutto.

Più volte di notte, mentre il nonno dormiva, i fascisti entrarono in casa Baggio e, dopo aver verificato l’innocenza del nonno e della sua famiglia, uscivano sbattendo la porta e lasciando un grande scompiglio, perché ogni volta l’atmosfera era molto tesa e c’era una gran paura visto che non i tedeschi non ci pensavano due volte a uccidere una persona.

Altre volte invece gli occupanti entravano in casa con l’intento di portar via l’avere dei poveri contadini: bestiame soprattutto,ma anche oggetti di valore lasciando la disperazione nelle famiglie che possedevano solo quello e che per loro rappresentava la vita.

Gli americani bombardavano logicamente gli stabilimenti e le fabbriche italiane dove si costruivano armi e soprattutto la stazione ferroviaria, dove c’erano i treni-merce tedeschi che trasportavano i rifornimenti di armi da un posto all’altro.

 Un  momento veramente drammatico vissuto dal nonno fu quando gli americani, con l’intenzione di bombardare la stazione, bombardarono il borgo Pieve, di cui non restò in piedi altro che la chiesa e il campanile, tutto il resto era completamente raso al suolo.

Un giorno non qualunque, ma il giorno della liberazione di Castelfranco, il 29 Aprile 1945, nostro nonno, insieme ad altri cinque partigiani molto giovani come lui, salì sulla Torre principale, la Torre dell’ Orologio, un posto molto pericoloso, ma l’unico dal quale lui e gli altri compagni potevano osservare i movimenti dei tedeschi e permettere l’entrata dei partigiani a Castelfranco.

Ci ha raccontato che mentre vedeva alcuni carri armati tedeschi  che si allontanavano verso Godego dentro di lui esplodeva una gioia immensa: la gioia della libertà e della speranza di un futuro migliore

Poi ha assistito all’entrata dei partigiani e alle urla di gioia di tutti i castellani.

In conclusione abbiamo chiesto al nonno cosa significa per lui Resistenza e ha risposto che significa combattere contro il nemico, un nemico che ha commesso tante ingiustizie nei confronti di persone innocenti; è come essere in guerra, si rischia la vita per il bene della patria.

Per Liberazione invece, intende l’uscita da un periodo di ostilità e di completo riguardo nei confronti dei vicini di casa per paura di aver a che fare con spie nazifascisti.

 

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Il periodo di guerra visto da una donna

di  Giulia Zuccolotto

Ho raccolto questa testimonianza intervistando il 22 marzo la mia vicina di casa, Irene Dalla Bona che è nata a Pagnano d’Asolo il 25 Ottobre 1919, l’anno successivo alla fine della prima guerra mondiale.

Irene era figlia di Parisotto Carolina e Dalla Bona Filippo, due contadini che abitavano in via del Barbo, presso Pagnano d’Asolo; lei aveva quattro fratelli maschi, Felice classe 1915, Luigi del 1917, Oreste del 1923 e l’ultimogenito Narciso della classe 1930.

Nel 1940, precisamente il 10 maggio, anche l’Italia è entrata in guerra e questo ha comportato l’arruolamento di molti giovani alle armi. I fratelli di Irene sono stati, quindi, costretti ad entrare a far parte dell’esercito italiano, tranne Narciso che a quel tempo aveva solo 10 anni. Dei suoi fratelli, dopo che erano stati chiamati alle armi, non si seppe più niente: né arrivò mai una lettera, né più ebbe una sola notizia sulla loro salute e la loro destinazione; per questo la signora Carolina, la mamma di Irene, passava la maggior parte del tempo a piangere sulla loro sorte e a pregare per loro sperando che fossero vivi e un giorno tornassero alla loro casa.

Oltre alla preoccupazione dei figlio in guerra, era continua e assillante la paura dei controlli effettuati dai tedeschi nelle case dei civili dopo l’8 settembre 1943.

Irene racconta: “Entravamo come padroni nelle nostre case, prendevano ciò che trovavano e, se non erano soddisfatti, mettevano a soqquadro le stanze”. Per questo c’erano degli uomini che avevano il compito di avvertire i paesani quando arrivavano le truppe tedesche. Quando ciò avveniva, si lasciavano le porte aperte della cucina, si abbandonava tutto come stava e si scappava a nascondersi nei boschi vicini o in qualche altro posto segreto e inaccessibile.

La vicina di casa di Irene, Marta Feltracco, ad esempio usava nascondersi dentro al forno a legna.

I tedeschi inoltre, quando passavano per le strade del paese prendevano dalle case il cibo che trovavano: farina e grano; i contadini per questo motivo nascondevano sottoterra gli alimenti, talvolta scavando buche anche nella stalla. Ogni contadino per macinare il proprio grano doveva recarsi a notte pesta nel mugnaio, com’era solita fare Irene che, nel bisogno, partiva verso l’una o le due di notte e, attraverso i campi, andava fino all’antico Maglio di Pagnano e poi, prima dell’alba, faceva ritorno a casa con la farina temendo ogni momento di perdere ciò che permetteva a lei e ai suoi di sopravvivere.

Durante questi anni, tra incubo e paura, quasi parevano abolite le feste; Irene ricorda che gli avvenimenti importanti, come Natale e Pasqua, consistevano solo nell’andare a Messa, era impossibile perfino stare fra parenti tutti assieme.

Un tempo, prima della guerra, vi era l’abitudine di ritrovarsi la sera nella stalla a fare “Filò”; nel periodo di guerra questo non era più possibile perché di notte non si poteva tenere nessuna luce accesa. Chi lo faceva rischiava la vita: ogni sera verso le 21.00-21.30 passava un aereo chiamato “Tito”, il quale scagliava bombe ove vedeva luce. Nonostante la grande attenzione che tanti avevano, a volte, le bombe venivano lanciate ugualmente nel buio, spesso distruggendo interi raccolti e case. Il gran silenzio della notte veniva interrotto a colpi dei bombardamenti che portavano a giorno il cielo. “Tuttora il rimbombo degli aerei e lo scoppio continuo delle bombe si fa sentire e ricordare, per questo mi è impossibile dimenticare quegli anni”, dice Irene.

I bambini non erano sereni come si è soliti vederli oggi, piangevano e nel loro sguardo si leggeva la paura e lo choc.

L’8 settembre 1943 tutte le radio trasmettevano questa notizia: “Cittadini italiani, vi informiamo che l’8 settembre dell’anno corrente, il generale Badoglio ha firmato un armistizio con le truppe americane”. A questa notizia Irene e gli altri suoi compaesani erano davvero contenti perché forse, adesso, sarebbe finito per davvero il periodo nazi-fascista.

Nel frattempo i tedeschi occuparono l’Italia, non più da alleati, ma da invasori; intanto alcuni oppositori ed ex-soldati, iniziarono a formare le bande partigiane.

Verso la fine del 1943, Felice ed Oreste, fratelli di Irene, tornarono a casa a piedi dopo essere fuggiti dalla prigionia in Grecia.

Entrambi portarono grande gioia alla famiglia, ma c’era ancora il terzo fratello, Luigi, disperso forse catturato o forse ucciso. Irene commenta: “Quando erano tornati erano irriconoscibili, magri, quasi scheletrici, denutriti, sfiniti e così sporchi che la loro pelle era diventata nera come la pece”.

Intanto i tedeschi aumentarono i controlli per le case cercando i militari che erano tornati a casa. Chi veniva trovato, veniva spedito nei campi di lavoro o impiccato, come accadde ad un giovane il quale fu impiccato davanti ai propri genitori, che a loro volta furono fucilati.

I fratelli di Irene, che erano tornati, poi si sono uniti a dei gruppi partigiani, in un luogo chiamato “Il Sasso”. A portare notizie c’era il Signor Giuseppe, che era un partigiano, questi aveva il compito di portare messaggi alle famiglie per rassicurarle. Ogni due giorni circa, sempre di notte, Irene assieme ad altre donne si recava su in montagna, al Sasso, per portare ai fratelli alcuni viveri.

Il 25 aprile, quando ci fu la liberazione italiana, le truppe tedesche si vedevano sfilare verso nord, seguite da bombardamenti da parete delle truppe americane, che ne uccisero una buona parte, davanti alla popolazione civile. Un conoscente i Irene, Luigi, trovò un giovane soldato tedesco di soli diciannove anni al quale salvò la vita, nascondendolo in un posto segreto per tre giorni, fino a che il giovane poté fare ritorno a casa.

Il giovane tedesco, con una serie i gesti, fece capire a Luigi la sua riconoscenza. Terminata la ritirata tedesca,. Le strade erano un vero e proprio cimitero: cadaveri uno ammassato sopra l’altro, scene atroci che tuttora si presentano ben vive nella mente dei sopravvissuti, moltissimi erano i soldati di ogni età morti nei campi di battaglia.

Dopo alcuni mesi dalla Liberazione ritornò anche Luigi, il quarto fratello di Irene, del quale da ben sette anni non si era avuta più alcuna notizia.

Secondo Irene, Resistenza significa opporsi al potere di gruppi o stati che vogliono avere la supremazia su altri. Tante sono state le sofferenze, le paure e i traumi subiti durante la guerra e l’occupazione che tuttora, vedendo o sentendo parlare un tedesco, prova ancora un certo senso di smarrimento anche se sono passati molti anni da quei fatti.

 

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